ASSOCIAZIONE TURISTICA PRO LOCO

di MILITELLO in VAL di CATANIA

 

L’Archeologia di Militello

      Il territorio di Militello è costellato di insediamenti preistorici evidenziati per lo più dalla presenza di tombe a grotticella artificiale scavate nelle pareti calcaree dei numerosi valloni che caratterizzano un paesaggio ancora in gran parte incontaminato.

      Nel corso di un recente indagine, è stato identificato quello che appare come l’insediamento umano più antico attestato fin ora nel territorio di Militello.

     A Dosso Tamburaro, dove la roccia calcarea, alternata con strati intrusivi di pietra vulcanica, crea una piattaforma suggestiva che guarda verso la piana di Catania, sono state individuate alcune capanne delimitate da stretti fossati  ed una tomba a pozzetto appartenente ad una tipologia ben conosciuta nella Sicilia Orientale, essi costituiscono i resti di un insediamento databile al primo momento dell’età del Rame (inizi del III millennio a.C.).

     Più numerose sono le testimonianze assegnabili all’età del Bronzo antico, alla cultura castellucciana (2000 – 1440 a.C.), in parte già note a Paolo Orsi, attestate dalle necropoli rupestri di Frangello e Primo Lanzo, al limite con il territorio del vicino comune di Palagonia, e poi andando verso sud, di piano dei Monaci, piano Santa Barbara ed Oxina, al limite con il territorio di Francofonte.

     Violate in gran parte ab immemorabile, queste necropoli rupestri non mancano di fornire, ad una indagine sul campo delle sorprese, come la scoperta di tombe con padiglione monumentale a falsi pilastri, del tipo documentario nel sito eponimo di Castelluccio di Noto e altrove, o come il recente rinvenimento di una rara applique decorata a cerchielli, di derivazione micenea.

      Sono riferibili all’età del Ferro e al momento dei primi contatti tra la cultura greca coloniale e quella indigena i numerosi insediamenti, finora attestati quasi esclusivamente dalle relative necropoli, a Castelluccio, ad Oxina, nel versante orientale del monte Catalfaro. Posti sugli altipiani e in vallette riparate, in prossimità di fiumi e torrenti, ricchi d’acqua fino ad epoca recentissima, quando insensate opere di captazione ne hanno prosciugato gli alvei.

     Il processo di ellenizzazione dei centri indigeni della valle del Gornalunga e del fiume Margi, che sembra compiuto intorno alla metà del VI secolo a.C. , lascia importanti testimonianza nel territorio militellese, che si inserisce in un più vasto ambito comprendente i centri di Monte San Mauro, Monte Balchino, e di Favarella, nel territorio di Caltagirone, di Terravecchia di Grammichele, della Montagna  di Ramacca, di monte Judica, e più direttamente, nel territorio di Mineo, gli abitanti di monte Catalfaro e Rocchicella , l’antica Palikè, roccaforte degli indigeni e del loro principe Ducezio.

     Alla seconda metà del V secolo a.C. si riferisce la grande necropoli, costituita da più di quattrocento tombe a fossa scavate nella roccia, purtroppo in massima parte devastate dai clandestini, messa in luce anni or sono nella contrada Fildidonna, in un altipiano roccioso che, alla confluenza delle due profonde vallette del Fosso Catalano e del Fosso Savoca, come prora di nave domina verso est il sistema fluviale della piana di Catania.

     Le poche tombe, ritenute ancora inviolate, hanno restituito pregevoli corredi funerari attestanti l’uso della necropoli sino alla fine del IV secolo a.C., allorché l’area sepolcrale si sposta più a sud – ovest, a piano Maenza, dove numerose tombe hanno restituito materiali databili tra il III ed II secolo a.C.

     Sui fianchi scoscesi dei profondi canyon che la circondano e sulle balze degradanti verso i <<fossi>> - letti di corsi d’acqua a carattere esclusivamente torrentizio – si aprono ampie grotte, ricavate dall’ampliamento di tombe preistoriche e protostoriche, che mostrano chiari segni di utilizzo dal XVIII secolo ai nostri giorni, allorché delimitato lo spazio ad esse antistante con recinti, divengono ricoveri per le greggi.

     Le numerose testimonianze archeologiche esistenti nelle contrade San Nicola e Monte Santa Croce, inoltre, confermerebbero l’esistenza di un grande nucleo abitativo che fronteggia le alture di piano Izzira, piano dei Monaci e di Santa Barbara.

     Il Piano di Santa Barbara, un altipiano di roccia calcarea cinto ad ovest e a nord dalla stretta e profonda valle del Lembasi e che senza fratture si collega al piano cava dei Monaci, è ricordato nelle leggende dei militellesi per la grotta in cui sarebbe stato sepolto, da abitanti di Micene in fuga, parte di un tesoro portato via dalla loro patria.

     Le testimonianze sono quelle relative ad un insediamento rupestre che si estende su vari terrazzamenti collegati tra loro da scale intagliate nella roccia. Grandi grotte, che si allungano nel sottosuolo distribuendosi in vari ambienti, alcune con volta pseudo – conica, sono il segno tangibile della trasformazione avvenuta in età bizantina e all’inizio del Medioevo, di necropoli preistoriche in abitazioni esistenti in luoghi di culto.

     Tale insediamento fronteggia da sud – ovest il colle dove era il più antico nucleo dell’attuale abitato di Militello, sulle cui pendici, Meridionale ed Orientale, sono ancora riconoscibili le tracce di un abitato rupestre di varie dimensioni, con luoghi ed ampie grotte, come quella con affreschi bizantini nei pressi della chiesa di Santa Maria la Vetere.

     Chiude a meridione il territorio militellese, qui strettamente connesso per l’età antica a quello della colonia calcidese di Leontinoi , la contrada Oxini, dove la necropoli, parzialmente indagata agli inizi del nostro secolo nei pressi della Cava d’inferno da Paolo Orsi, conferma l’ampia frequentazione dell’area nell’età del Bronzo antico e nell’età del Ferro, oltre che in età Medievale, quando il colle dominante la valle dell’omonimo fiume fu fortificato.

     Molti sono, dunque, i temi culturali su cui la Sezione archeologica della Sovrintendenza per i Beni culturali ed ambientali di Catania ha indirizzato la ricerca archeologica.

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