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Storia della chiesa e monastero di S. Benedetto Abate
La chiesa di San Benedetto Abate, annessa all’omonimo monastero
benedettino, venne edificata a partire dal 1616 su progetto del padre cassinese Valeriano de Franchis, con bolla papale promulgata dal
Pontefice Paolo V in data 19 gennaio dell’anno 1614.
Voluto fortemente dai signori di Militello don Francesco Branciforti e
dalla consorte donna Giovanna d’Austria, esso certamente costituisce il
più grande complesso monastico dell’ordine benedettino in Sicilia, dopo
quelli di Catania e Monreale.
La costruzione del possente complesso architettonico avvenne attraverso
l’utilizzazione della pietra in travertino color miele, proveniente
dalla locale cava di Santa Barbara. Nel 1693 in seguito al devastante
terremoto che aveva investito tutta la Sicilia Orientale, nonostante il
prospetto del monastero venne risparmiato, la struttura venne seriamente
mutilata con il crollo del “cappellone” della crociera e dell’ultimo
ordine della facciata della chiesa relativo al campanile. L’opera di
ricostruzione delle parti mancanti fu avviata immediatamente ed i lavori
vennero ultimati nel 1725 attraverso i disegni elaborati dall’architetto
militellese Antonino Scirè, che completò la facciata con la creazione di
un arco a tre aperture, inquadrato su ordini sovrapposti.
Con la soppressione dei beni ecclesiastici del 1886, il monastero passò
al demanio comunale. Durante il secondo conflitto mondiale, la chiesa ad
unica navata venne adibita a magazzino di grano e nel 1923 su richiesta
del sacerdote don Salvatore Abbotto la chiesa venne concessa dal comune
di Militello al Vescovo di Caltagirone per essere riaperta al culto ed
elevata a parrocchia nel 1952.
Sotto il quarantennale ministero pastorale di don Filippo Sinopoli
vennero realizzati importanti lavori di ammodernamento della struttura
della chiesa, venne istituita la celebrazione dell’annuale festa di San
Benedetto Abate e venne realizzata la fondazione della relativa
confraternita.
Il resto della struttura, invece, verso la metà del ‘Novecento venne
destinata ad ospitare la sede del Comune di Militello, gli uffici
comunali e fino al 2006 la biblioteca popolare “Angelo Majorana”.
Per ciò che concerne la struttura architettonica del monastero
benedettino, possiamo sottolineare che il modello tipologico
dell’edificio militellese è uguale a quello del monastero di San Nicolò
l’Arena di Catania: corridoi scorrenti lungo la corte che si prolungano
sino ai prospetti sui quali si aprono con grandi balconi, invece che con
le finestre seriali, riservate alle celle, sviluppo su due elevazioni,
grandi sotterranei e seminterrati per tutti i vani di servizio e di
deposito. Il monastero malgrado le parziali distruzioni e ricostruzioni
dopo il 1693 e le successive trasformazioni di riuso, conserva ancora
intatta la sua qualità spaziale seicentesca e ci dà modo di immaginare
quella originaria del monastero catanese.
La chiesa a navata unica, profondo presbiterio e tiburino alla crociera,
ha tre cappelle poco profonde per parte, separate da ampi tratti di muro
corrispondenti a vani cechi, che forse avrebbero dovuto contenere le
tombe dei principi, come dimostra quello occupato dalla tomba del
marchese di Militello don Francesco Branciforti e delle figlie Caterina
e Flavia, morte in tenera età, e del fratello del marchese don Vincenzo
Branciforti, abate di S. Maria Nuovaluce di Catania. Il prospetto della
chiesa di San Benedetto, così come evidenziato precedentemente, risale
al progetto originario del primo ‘Seicento solo nei primi due ordini,
poiché il terzo ed il coronamento crollarono inseguito al terremoto del
1693 e furono ricostruiti con diverso disegno nella prima metà del
‘Settecento.
Il prospetto possiede, al primo ordine, tre campi definiti da paraste
doriche a specchio incassato, con corretta
trabeazione
con trifogli e metope figurate; un secondo ordine ionico, limitato al
campo centrale è raccordato all’inferiore da volute, con trabeazione che
presenta nel fregio bombato di ascendenza veneta uno straordinario
bassorilievo continuo, con elementi figurativi e araldici, purtroppo
molto eroso.
Il
portale centrale con coronamento a timpano spezzato esibisce una targa
commemorativa, sulla quale è incisa una lunga epigrafe che ricorda la
conclusione dei lavori nel 1646 ad opera di donna Margherita Branciforti,
figlia di don Francesco; il finestrone superiore presenta la
caratteristica delle larghe bugne con decoro a graticcio, segni tipici
dei lapicidi locali del ‘Seicento. Il prospetto del convento presenta
entro l’intelaiatura dell’ordine gigante tuscanico una calibrata
distribuzione di finestre di vario disegno di oculi ovali e di balconi,
dei quali quello centrale si lega al portone a costituirne la tribuna
d’onore. Le membrature architettoniche sono arricchite da volute,
cartocci, putti, mascheroni, conchiglie, festoni, secondo il fastoso
lessico decorativo dei lapicidi.
I prospetti
laterali hanno un impianto semplice nel decoro delle mostre e nel telaio
dell’ordine, ridotto alle sole paraste terminali.
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