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ASSOCIAZIONE TURISTICA PRO LOCO

di MILITELLO in VAL di CATANIA

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L’architettura

     I monumenti più antichi esistenti in paese risalgono al secolo XIV, come la parte più arcaica dell’impianto urbano: le frange dei quartieri di S. Pietro, San Giovanni e Purgatorio, ai piedi del castello. Abbo IV Barresi ottenne nel 1337 dal re Pietro II il privilegio di circondare di mura l’agglomerato urbano che si estendeva sulle pendici dominate dal castello verso i valloni di Lèmbasi e di Loddiero e risaliva sulle pendice opposte le coste di S. Barbara. Lo sviluppo urbanistico ha seguito sempre la direzione sud-nord, abbandonando dette pendici ed occupando invece l’altipiano sovrastante, mentre oggi dilaga verso il piano Mole e le colline prossime alla ferrovia.

       Del castello dei Barresi rimangono parti sufficienti a far riconoscere la sua struttura quadrata con corte centrale, torri cilindriche ai vertici ed un grosso torrione al centro del prospetto a ponente. Di ciò resta, oltre a brani di muratura antica e rare porte a sesto acuto all’interno, un torrione a sud-ovest accanto alla porta della Terra, sistemata nelle forme attuali nel Seicento dai Branciforti.

      Due costruzioni sono riferibili alla prima metà del sec. XV e all’iniziativa di Blasco II Barresi: il vano quadrato coperto da crociera rialzata a costoloni posto alla base del campanile di S. Maria la Vetere, completato nel 1448; la chiesetta di S. Croce, sita fuori paese, verso Vizzini, coperta da una crociera a costoloni dalle elastiche sagome e chiave centrale scolpita a fogliame.

        Intensa fu l’attività di rinnovamento artistico promossa da Antonio Piero Barresi, noto per il delitto della moglie donna Aldonza Santapau e per l’acquisto nel 1487 della pala in ceramica di Andrea Della Robbia con la Natività. Delle costruzioni del suo tempo resta solo il protiro della Vetere che dimostra la complessità delle componenti culturali operanti a Militello alla fine del secolo XV. Il disegno d’insieme del portale, datato 1506 nell’architrave, rinvia a quello della cattedrale di Messina, opera di Pietro da Bonitate, ed a quello della ventimiliana cappella di S. Antonio in S. Francesco a Castelbuono;  invece i bassorilievi, e in particolare quella della lunetta, con la Madonna ed il bambino in trono tra due angeli, si collegano ad esperienze figurative più innovativa e più prossima ai modelli rinascimentali.

      Del secolo XVI resta poco per le rovine dal terremoto del 1693. La cappella presbiterale di S. Antonio di Padova, già detta del S. Sepolcro, costituisce un unicum nel quadro dell’architettura siciliana coeva. Ha pianta quadrata e si apre verso l’aula con ampia arcata del 1560 inquadrata da pilastri su piedistalli con eleganti bassorilievi floreali a trabeazione- oggi assenti- che esibiscono gli stilemi degli ultimi Gagini operanti anche come architetti nel Calatino allo spirale del secolo. Il palazzo dei Leoni , in origine della famiglia Renda e poi appartenuto ai Tineo e ai Baroni Majorana della Nicchiara, presenta resti dell’assetto cinquecentesco nelle due prime elevazioni poste su alto zoccolo, a seguire con gradoni l’andamento altimetrico delle strade intorno, e concluse da semplice cornice.

     Caratteristici i due cantonali bugnati, di cui quella di sinistra è originale mentre l’altro è reintegrazione ottocentesca nel quadro del riassetto e della sopraelevazione di due piani del palazzo. I cantonali hanno bugne a cuscino e a diamante, minutamente decorate a scaglie, e includono alla base, emergenti dall’angolo, delle statue in pietra di leoni, opere forse di recupero da un edificio medievale distrutto dal sisma del 1542. il trattamento delle bugne verrucate apparenta l’edificio ad esempi del manierismo palermitano, quale il palazzo Castrone-S. Ninfa, e spinge quindi la datazione di questa opera alla fine del secolo.

      Con l’insediamento a Militello del principe don Francesco Branciforte e della moglie donna Giovanna d’Austria inizia un periodo di splendore i cui segni sono ancora impressi nella struttura urbana. Molte importanti opere furono distrutte dal terremoto del 1603, come la torre campanaria della matrice, iniziata nel 1602 e completata nel 1648. Era a pianta quadrata e posta in asse al prospetto per cui costituiva uno degli archetipi della facciata-torre per la seguente architettura tardo barocca del Val di Noto; presentava sulle fronti uguali la sovrapposizione degli ordini dorico, ionico e corinzio.

       A ricordare l’incanalamento nel 1605 delle acque della sorgente Zizza  per condurle in paese fu innalzata nell’atrio del castello una fontana costituita da una parete con orlo a gradonati e vasi decorativi che include un’ edicola a pilastri ionici con bassorilievo in marmo raffigurante Zizza personificata da una ninfa dalle poppe zampillanti.

       Nel 1612 il principe fece costruire, a fianco del castello un salone di m. 6 x 44 per contenere la biblioteca di 10.000 volumi, la raccolta di ritratti di uomini illustri che gli inviava da Roma l’Abate De Angelis, gli strumenti di meccanica costruiti dal Capra e, al piano inferiore un’armeria e una “ distilleria “ per esperimenti di chimica.

      Oggi l’edificio conserva solo il fronte a sud con parete bastionata e grande balcone su mensole. Don Francesco volle anche una stamperia e così giunse Giovanni Rossi da Trento, che impiantò una tipografia dai cui torchi uscirono dal 1617 al 1623 alcune opere, tra cui famosa è la prima, Il Gioco degli scacchi del Carrera.

       Numerose furono le costruzioni di edifici religiosi 1613, chiesa convento dei Domenicani; 1617, chiesa di S. Leonardo; 1619, restauro dell’antica chiesa di S. Pietro con un nuovo prospetto decorato da un portale classicista a fregio bombato. L’opera che dà più lustro ai principi è la fondazione dell’abbazia di S. Benedetto con atto del 1614. l’impianto si attribuisce a Valeriano di Franchi che aveva collaborato alla realizzazione del monastero di S. Nicolò l’Arena di Catania. L’ipotesi è fondata sull’affinità tipologica dei due edifici, che presentano corridoi, scorrenti lungo la corte, prolungati sino ai prospetti su cui si aprono con grandi balconi invece che con le finestre seriali, riservati alle celle. L’edificio militellese, malgrado le parziali ricostruzioni dopo il 1693 e le trasformazioni di riuso, conserva intatta la sua qualità spaziale seicentesca e ci da modo di immaginare quella originaria del monastero catanese.

     La chiesa, a navata unica, transetto, profondo presbiteri e tiburio alla crociera, a tre cappelle poco profonde per parte, separate per tratti di muro corrispondenti a vani ceti di cui uno contiene la tomba del principe Francesco, delle figlie Caterina e Flavia e del fratello Vincenzo, abate di Nuovaluce a Catania. Il prospetto della chiesa risale al progetto originario solo nei primi due ordini poiché il terzo ed il fastigio, crollati nel 1693, furono ricostruiti con diverso disegno nella prima metà del 700. il primo ordine è definito da paraste doriche a specchio incassato e da corretta trabeazione con fregio a triglifi e metope figurate; il secondo ordine ionico, limitato al campo centrale e raccordato all’inferiore da volute e presente, nel fregio bombato da ascendenza veneta, uno straordinario bassorilievo continuo con elementi figurati e araldici, purtroppo molto eroso. Il portale centrale con coronamento a timpano spezzato esibisce la targa marmorea posta a conclusione dei lavori nel 1646 a cura di donna Margherita d’Austria e del marito Federico Colonna; il finestrone superiore esibisce le caratteristiche bugne incise a graticcio che sono segni tipici dei lapicidi locali del ‘600. Il prospetto del convento presenta, entro il telaio dell’ordine gigante toscanico, una calibrata distribuzione di finestre, di oculi ovali e di balconi di cui quello centrale, legnandosi al portone, forma la tribuna d’onore. Le membrature sono arricchite da volute, cartocci, putti, mascheroni, festoni, conchiglie secondo il fastoso lessico decorativo dei lapicidi, qui sottoposti al controllo del disegno fornito dal pittore Gian Battista Baldanza.

       Nel secondo ventennio del secolo si realizza il rifacimento di S. Maria la Vetere, devastata da un incendio nel 1618, con un nuovo disegno della navata centrale separata dalle laterali da pilastri in pietra, intagliati con decoro imitante falde di damasco. Al di sopra delle arcate è una teoria di cariatidi, alternate alle finestre a targa, a sostegno delle capriate del tetto, forse rifinite al di sotto catene da un contro soffitto a tavole piane decorate, come era uso nelle chiese del paese lungo il ‘600. Nelle navi laterali si aggiungono fastose cappelle a portale con colonne riccamente intagliate; nella navata di destra restano le cappelle della Natività, in fondo, e della Madonna, ultima a destra, opera di mastro Francesco Barone che realizza la prima su disegno di G.B. Baldanza jr.

      La confraternita del SS. Crocifisso al Calvario, fondata nel 1616, ebbe sede nella chiesa della Madonna della Catena che, costruita una  prima volta nel 1541, a partire dal 1652 venne nuovamente riedificata.

     La chiesa adotta il tipo dell’oratorio, cioè una sala non molta allungata che serve sia per le funzioni sacre che per l’assemblee dei confrati e si apre con due porte sul prospetto principale. L’arcata del presbiterio è inquadrata da semi colonne e da nicchie per statue di santi. Lapicida di questo apparato in pietra è Pietro Interligi che forse ne fu anche il progettista. L’apparato esterno è interamente in pietra calcarea tagliata in piccole conci che rivestono i campi piani dei prospetti laterali e principale e che in minute bugne a graticcio orlano le finestre, i portali e riempiono gli specchi delle paraste. I due portali si compongono in uno equilibrato schema triangolare con il superiore finestrone che si allarga con volute laterali ad animare la superficie piana scandita dall’emergere degli stemmi. L’interno dell’aula è stato poi decorato, nell’ultimo quarto del secolo, per mano d’ignoti stuccatori con un fastoso apparato che presenta una teoria di nicchie includenti statue di sante siciliane o che hanno grande venerazione in questa parte dell’isola. Un pantheon tutto femminile, in cui la verginità e la sicilianità delle sante sembrano essere parametri prevalenti sul dato del martirio.

     Le sante, in abiti di gala quali dame ad una festa di corte, esibiscono i loro attributi dalle nicchie presidiate da angeli e strette tra cartocci, festoni, conchiglie, putti e cornucopie a profusione. Il soffitto ligneo è del 1661.

     Nella prima fase della ricostruzione dopo ilo sisma del 1693, i modelli adottati sono ancora seicenteschi sia nelle piante che negli apparati architettonici. Il prospetto della chiesa del Purgatorio del 1699 ripete il grande schema della Catene, semplificando i minuti decori; la chiesa di S. Sebastiano, con prospetto del 1704, presenta una sola porta ma uguale finestrone a volute. Tutte sono ad aula, mentre la Chiesa di S. Agata adotta una pianta allungata preceduta da un atrio sottostante alla cantoria; analogo è l’impianto della chiesa monastica di S. Giovanni.

     Gli interni, rifiniti in tempi diversi, mostrano l’evolversi del gusto nel corso del secolo. Gli altari maggiori di S. Sebastiano e di S. Agata, realizzati come portali fastosi in pietra calcarea, ripetono lo schema degli altari che nel ‘600 arricchivano le chiese maggiori, come quelli esistenti in S. Maria la Vetere e quello del 1617 del Purgatorio.

     A questa prima fase risalgono le ricostruzioni parziali ed i restauri degli edifici solo danneggiati; le chiese di S. Antonino, di S. Francesco, di S. Domenico, di S. Francesco di Paola vengono restituite alla loro compiutezza senza alterarne le caratteristiche architettoniche. Solo in rari casi si ha l’addizione di felici parti nuove, come in S. Antonino con lo straordinario campanile a fasce alterne calcaree e laviche del 1719 ad opera del capomastro Antonio Scirè Giarro che precede le analoghe soluzioni bicrome di Vaccarini e di Stefano Ittar.

     I palazzi nobiliari riconosciuti sono debitori degli impianti tipologici e degli apparati decorativi del ‘600. Alcuni conservano tracce delle fabbriche preesistenti (palazzo Scipione La Russa, poi dei principi di Reburdone; case dei quartieri di S. Pietro e di S. Giovanni). I palazzi del ‘700 sono caratterizzati da impianto simmetrico tra cantonali tuscanici, trabeazione ridotta ad una fascia ed al cornicione, fastosa tribuna centrale su mensole figurative in cui si scatena l’estro grottesco dei lapicidi, portale spesso bugnato e arricchito da volute, finestre a targa o ad oculo con infiorescenze decorative all’orlo. Lo stemma esibito tra i timpani spezzati costituisce il fuoco dell’apparato decorativo in cui il ricorso alla figurazione antropomorfa è perseguito nelle mensole, nei doccioni, nelle volute, nelle terminazioni delle foglie d’acanto.

     I più importanti sono il palazzotto dei baroni Tutino poi Iatrini a S. Giovanni; il palazzo Denaro; il palazzo dei baroni Caruso della Sanzà oggi Baldanza; il palazzo del barone Tineo; il palazzotto del principe Interlandi di Bellaprima a S. Maria; il palazzo del barone Corbino poi Reforgiato e quindi Liggieri nella piazza centrale; il palazzo Niceforo sulla via Baldanza con portale a telamoni. Si tramanda che i Benedettini incaricarono un giovane sacerdote militellese versato nelle belle arti, Antonino Scirè Giarro, della parziale ricostruzione del prospetto di S. Benedetto. Il terzo ordine, tripartito e coronato da timpano curvilineo, se non rispetta la assialità degli ordini inferiori, corrisponde alle loro proporzioni e ne ripropone lo slancio nel suo andamento triangolare. Allo stesso Scirè è attribuita la chiesa del SS. Sacramento al Circolo con impianto ad aula costruita tra il 1724 e il 1741. Il primo ordine presenta una concavità ad arco di cerchio limitata da potenti fasci di paraste e contra paraste poste di spigolo verso l’osservatore.

     Nella ricostruzione delle chiese maggiori viene ribadito un consueto schema tipologico; la pianta basilicale a tre navate divise da pilastri e non da colonne per evidenti preoccupazioni di maggiore resistenza al sisma.

     La costruzione di S. Nicolò iniziò nel dicembre 1721 e nel 1740, con le fabbriche delle tre navate giunte ad una profondità di quattro arcate, la chiesa fu aperta al culto.

       La costruzione della chiesa di S. Maria ebbe inizio nel marzo del 1722, e si concluse nel 1741 con il compimento delle tre navate per una profondità di cinque arcate mentre del transetto si realizzò solo la campata della crociera usata come presbiterio fino ad oggi. I prospetti presentano una tripartizione scandita dall’intelaiatura di pilastri a specchio incassato d’ordine corinzio a S. Maria e composito alla matrice; esibiscono portali con colonne a S. Nicolò, porte laterali con trabeazione ad omega nella prima e retta nella seconda e in entrambe oculi riccamente orlati di scartocci sul modello di quelli seicenteschi di S. Benedetto.

     In Santa Maria si riuscì a completare il prospetto entro il 1741 con un secondo ordine nel partito centrale che si raccorda all’inferiore con valute di grande forza plastica ed eleganza di profilo, tali da riscattare le parti più discorsive dell’insieme. Il coronamento è altrettanto originale per l’interposizione di una edicola a timpano  triangolare, per contenere gli emblemi, entro le ali spezzate di un timpano curvilineo.

     In S. Nicolò fu chiamato per il completamento l’architetto catanese Francesco Battaglia. I lavori ebbero inizio nei primi anni ’50, giunsero al finestrone nel 1755 e si conclusero nel decennio. Battaglia concluse il primo ordine con un potente cornicione; innalzò, su un basamento continuò, solo il partito centrale tra coppie di paraste composite, pose obelischi in asse alle paraste terminali, raccordando i due ordini scattanti valute; sovrappose, tra impennate ali di timpano, un alto fastigio con scudo ovale per i simboli nicolini chiuso da coronamento ad omega; prolungò gli assi verticali con vasi reggi fiamma. Uno sforzo tutto ‘gotico’ per innalzare al massimo un prospetto che poteva essere visto solo dal basso e di lato, secondo prospettive radenti e lontane, tali da farlo apparire come una stele dal profilo nervosamente ritagliato. Nel 1765 gli si diede incarico per il campanile, completato nel 1776. Qui l’architetto raccolse le linee principali del primo ordine della chiesa, ne semplificò i dettagli e sovrappose una cella campanaria memore di quella della Trinità di Catania, in particolare nella cuspide a bulbo a base  ottagonale.

     Opera di Battaglia è il portico anteposto nel 1762 alla chiesetta del Calvario, già attribuito allo Scirè Giarro.

     L’architetto impostò su una base circolare una cellula inquadrata che presenta, su tre fronti, arcate entro il telaio di un ordine composito con capitelli. L’aereo portico doveva costituire la scena fissa per la rappresentazione sacra del Venerdì santo. La presenza di Battaglia e soprattutto degli scalpellini da lui fatti giungere a Militello si ritrova in altre chiese, come nel portale dello Spasimo, e in edifici privati, come nel palazzetto del barone Reforgiato in via Porta della Terra, nonché in tanti portali, finestre e balconi incastonati nei modesti prospetti delle case dei quartieri antichi. Il secolo XIX non ha determinato grandi cambiamenti nella coerente compagine delle costruzioni settecentesche ma ha contribuito, in specie nelle zone di espansione a nord, a moltiplicare le preziose testimonianze del virtuosismo degli scalpellini militellesi che da quel tempo divennero famosi anche all’estero. Rimangono prove documentate di lavori eseguiti da militellesi in Sicilia, a Malta, in Francia.

      Solo qualche palazzo nobiliare come quello dei Majorana della Nicchiara o quello dei Rejna delle Aere del Conte venne ristrutturato in forme più aggiornate da ignoti architetti, per il resto le case dell’emergente borghesia definite dal montaggio ricco di pezzi seriali - balconi, portali, finestre, cantonali - senza la guida di un disegno di progetto. Rimangono i nomi di alcuni architetti: Capuana, Mancuso, Niceforo Pace, ma le loro personalità ed i cataloghi delle loro opere sono ancora da mettere a punto.

     Del passaggio a Militello  di Giambattista Filippo Basile rimangono labili tracce. Egli era figlio adottivo di Vincenzo Tineo, secondo direttore dell’orto botanico di Palermo, figlio di Giuseppe fondatore di questo, e giunse più volte in paese per le vacanze estive al seguito dell’illustre botanico militellese. L’architetto palermitano definì il tracciato della piazza di S. Francesco di Paola, apportò modifiche alla scala del palazzo  Rejna in via donna Giovanna d’Austria, progettò le scuole femminili, non realizzate, ed il Teatro comunale, costruirono in parte con il contributo di altro tecnico e poi demolito nei primi decenni del XX secolo.

     Alcune cappelle del cimitero dimostrano i fasti dell’età dell’eclettismo; memorabili sono la cappella Majorana, la Liggieri in neogotico-toscano, opera dell’architetto catanese Bandieramonte, e la tomba Sortino, con avelli marmorei sotto un leggero portico. Autore di questa è lo stesso Salvatore Sortino, capitano medico, che disegnò il progetto della cupola della matrice esposto e premiato alla mostra internazionale di Torino del 1900, e che fu mecenate della sua realizzazione in cemento armato entro il 1905, uno dei primi esempi in Sicilia della nuova tecnologia.

     La stagione del liberty ha prodotto in paese un entusiastico aggiornamento decorativo nell’opera degli scalpellini, che seppero coniugare il repertorio del barocchetto alla fluidità ed elasticità lineari del modernismo ed un’interessante figura di progettista, il geometra Antonio Portuso, esponente della grande cultura tecnica e figurativa che caratterizzava la scuola di quel tempo. Portuso ha inserito felicemente nella tessitura delle cortine settecentesche le sue eleganti opere che dimostrano originalità di espressione nell’ambito degli stilemi.

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