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Il Castello e la Fontana della Zizza
Il castello è l’edificio attorno al quale, nell’epoca medievale, ruotò
la vita della comunità di Militello. Oggi ne vediamo una torre, la
porta, i resti di una torre quadrata ma sopratutto e la magnifica fontana posta al
centro dell’atrio. Va messo subito in evidenza che la forma rotonda
delle torri ci dice di opere portate avanti anche in epoca normanna
(quando la forma quadrata venne abbandonata per migliorare la strategia
difensiva). Su questa base possiamo ipotizzare che il castello di
Militello fu fortificato in contrapposizione a quello arabo di contrada Catalfaro (l’unico nella zona attestato dal coevo geografo arabo Edrisi).
Anzi, possiamo dire, addirittura, che, con l’arrivo dei normanni,
probabilmente si svolse un aspra e mortale lotta contro i saraceni, a
causa della quale, Catalfaro subì una distruzione da cui non si riprese
più (ecco perché oggi ne rimangono soltanto pochi e raramente visitati
resti).
Il primo nome di feudatario di cui si ha testimonianza è quello di
Alaimo da Lentini (1071). Seguì
Lanfranco da San Basilio, sotto il
quale, pensiamo, il nucleo abitativo di Militello non era del tutto
egemone su quelli vicini, dato che egli possedette altri castelli in
contrada Jetra e nella vicina contrada di Oxena (insediamento millenario
ed ancora prodigo di testimonianza archeologiche).
Il primo documento in cui viene nominata la città è datato 1130.
In esso si nomina rettore della chiesa di Santa Maria della Stella, “in
oppido Militello“, un certo Bertrando da Noto, in sostituzione del
defunto Alfio da Messina. Alcune frasi del documento ci riportano alla
fiera guerra tra arabi e normanni, spiegando fra l’altro il culto latino
per Santa Maria della Stella come rivalsa dopo la riconquista
sull’islamismo;
Infatti, poco dopo, nel 1154, governò Manfredi di Policastro,
al quale è più o meno dai suoi tempi ci arriva una testimonianza
interessante, datata 1178. Si tratta di una concessione di diritti episcopali, che
l’arcivescovo Nicola da Messina fa all’abate
Timoteo dell’abbazia
benedettina di Maniace. Fra le ventisei chiese inserite in questa micro
– diocesi, troviamo: “In Militello, Ecclesiam Sancti Costantini,
Ecclesiam Sancte Marie, cum totam decimam ipsius Militello in porpetuum
concedinus“ (Lynn – Townsed White jr., Il monachesimo latino
nella Sicilia Normanna, Editrice Dafni, Catania, 1984, p. 226). Il
documento, probabilmente si riferisce non alla nostra, ma a Militello
nel Val Demone, in provincia di Messina. Colpisce però, la perfetta
corrispondenza nelle due città dei più sentiti culti di Santi, il che ci
fa supporre un’originaria parentela ancora da esplorare.
In un diploma del 1248, poi, troviamo il “casale et castrum Militello”
concesso al cavaliere lombardo Bonifacio di Camerana, che nel 1282 passò
a Teodoro da Lentini, regio ministro;
In seguito, dal Demanio il castello tornò in mani feudali con lo stesso
Bonifacio di Camerana, a cui succedette
Giovanni, che però fu ribelle al
re Federico. Egli, persi i possedimenti, dovette lasciarli in
eredità al nipote Abbo Barresi, figlio della sorella.
Così, finalmente, nel 1318 a Militello cominciò la prima signoria
stabile, ma non pacifica, poiché Abbo, a sua volta, fu ribelle alla
corona e tentò una lunga lite con Antonello, che gli succedette.
La serie di Signori di Militello trova un momento di interesse con
Antonio Piero, subito dopo il 1470, per alcuni protagonista di un medievale e sanguinario
dramma della gelosia, causato da voci calunniose. In quell'occasione il
castello fu teatro dell’uccisione di Aldonza Santapau e del suo presunto
amante, il segreto Pietro Caruso, detto << Bellopiè >> per la sua
abilità nel ballo;
Ma neppure la fine dei
Barresi era lontana. L’ultimo di quella famiglia
fu il marchese Vincenzo, morto a soli 17 anni, la prima notte
di nozze. Anche per lui crediamo che sarebbe interessante andare a
verificare l’ipotesi di un intrigo, magari chiusosi con l’avvelenamento.
Esso potrebbe trovare spiegazione nel complicato gioco di matrimoni,
grazie al quale il possesso del castello di Militello passò ai
Branciforte. Infatti, la vedova di
Vincenzo, Dorotea Barresi, riuscì a
combinare il matrimonio tra la cognata Caterina Barresi
ed il figlio don
Fabrizio Branciforte, nato da un precedente matrimonio. D’altra
parte, la Dorotea fece in tempo a sposarsi per la terza volta, e
diventare viceregina di Napoli e poi ad essere ossequiata alla corte di
Madrid (superando, nelle more, un micidiale tentativo di avvelenamento
di una cameriera infedele). E siccome buon sangue non mente, nulla ci
impedisce di pensare che un carattere tanto deciso gli fosse venuto da
suo padre, il barone Geronimo Barresi (del ramo mazzarinese della
famiglia), il quale aveva strangolato il padre, don
Matteo, per
ereditarne il feudo;
Per ciò che concerne l’architettura del castello, le parti restanti sono
sufficienti a far riconoscere la sua struttura quadrata con corte
centrale, torri cilindriche ai vertici ed un grosso torrione al centro
del prospetto a ponente. Di ciò resta, oltre a brani di muratura antica
e rare porte a sesto acuto all’interno, un torrione a sud ovest accanto
alla “Porta della Terra”, sistemata nelle forme attuali nel Seicento dai Branciforte;
Al centro dell’atrio del castello, a ricordare l’incanalamento nel 1605
delle acque della sorgente “Zizza” per condurle in paese, il marchese di
Militello don Francesco Branciforte fece innalzare una fontana
commemorativa dell’evento, inaugurata il 28 Aprile 1607;
Tale fontana è costituita
da una parte con orlo a gradinati e vasi decorativi che include
un’edicola a pilastri ionici con bassorilievo in marmo raffigurante la
ninfa Zizza, personificata da una ninfa dai seni zampillanti. Alla base
di essa venne posta una grande vasca ottagonale nella quale confluiva
l’acqua che sgorgava dai seni della ninfa.
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