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ASSOCIAZIONE TURISTICA PRO LOCO

di MILITELLO in VAL di CATANIA

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Itinerario della città (Tra Barocco e Medioevo)

     Seguendo la principale via Umberto I si arriva facilmente in piazza Municipio, dove troneggia la poderosa mole dell’ex abbazia di S. Benedetto Abate, oggi sede del palazzo municipale, con annessa l’omonima chiesa. La scenografia della piazza si completa con il  Palazzo Baldanza-Denaro,  già appartenuto ai Branciforte e da questi destinati ad uso di foresteria, dai bel balconi settecenteschi con le mensole decorate a le ampie ringhiere a petto d’oca. Se c’è una costruzione che da molti anni caratterizza il panorama militellese, per il suo magnifico svettare sul resto dell’abitato, questa è senza alcun dubbio quella della chiesa Madre (iscritta nel 2002, congiuntamente a quella di S. Maria della Stella, nel patrimonio dell’umanità dell’Unesco) dedicata all’antico patrono S. Nicolò e al SS. Salvatore che sorge poche decine di metri più avanti, sempre sulla stessa via Umberto I.

     In effetti, esisteva già una chiesa dedicata al vescovo, di Mira, prima del 1693, sita nei pressi del castello, ma l’evento tellurico di quell’anno fatale ne aveva causato la quasi totale distruzione.

     Ricostruito molto più a nord, ed in posizione predominante, il nuovo tempio, oggi intitolato anche al nuovo patrono SS. Salvatore, è stato completato nel 1904 con l’elevazione della cupola in cemento armato, una delle prime del genere in provincia di Catania, progettata dal militellese Salvatore Sortino.

     La costruzione della chiesa era iniziata nel 1721 e già nel 1755 poteva esibire la facciata completa (la realizzazione del disegno di quest’ultima si deve all’architetto catanese Girolamo Palazzotto, del quale è stata recentemente dimostrata la paternità). Dieci anni dopo veniva innalzato il campanile, su progetto del noto architetto e scultore Francesco Battaglia, che molto operò a Catania nel XVIII secolo. Molteplici le opere pittoriche, le sculture e gli arredi che costituiscono il patrimonio della chiesa, composta da tre navate su pianta a croce latina.

     Tra gli altari primeggia su tutti il quarto della navata destra, di fattura secentesca, proveniente dall’antica chiesa Madre, caratterizzata da una felice composizione di elementi in cui le colonne, ricche di decorazioni che continuano anche sui piedistalli, e il sovrastante timpano spezzato richiamano vagamente le forme del portale d’ingresso. Il terzo altare della navata opposta ha una mensa marmorea secentesca, che proviene anch’essa da S. Nicolò il Vecchio, mentre nella parete accanto è posto un notevole Crocifisso ligneo di gusto barocco.

     Nella parte destra del transetto l’altare di S. Nicolò esibisce l’antica macchina lignea dell’altare maggiore della vecchia chiesa Madre, sopra cui risalta una pala con La predicazione di S. Nicolò, del 1763, del palermitano Vito D’Anna. Da notare, inoltre, gli affreschi della volta e dell’abside, eseguiti dal pittore militellese Giuseppe Barone. Ai primi del secolo rimontano invece le scritture dei Quattro Evangelisti  posti alla base della crociera, opera di Giuseppe D’Arrigo, mentre gli stucchi, della metà del 700, si attribuiscono alla mano di Francesco Battaglia.

     Nella cappella del presbiterio, che chiude la navata destra, si conserva la statua lignea del SS. Salvatore, del 1818, di Girolamo Bagnasco, incorniciata da un fercolo del 1842 di Corrado Leone che si può ammirare dal 17 al 25 agosto di ogni anno. Le porte in bronzo, dell’artista Mario Lucerna, furono inaugurate nel 1970.

     Annesso alla chiesa vi è il nuovissimo Museo S. Nicolò, inaugurato nel dicembre del 1985 sul progetto dell’architetto Giuseppe Pagnano è ricavato grazie all’utilizzazione dei sotterranei del transetto, delle cripte, oltre che di alcuni locali della canonica lasciata la matrice, che si staglia diritta col suo cupolino bizantino ad ornamento dell’alto campanile, ci tiene incontro il palazzo Liggieri , già appartenuto ai baroni Reforgiato, che ostenta sul suo lato occidentale i maestosi balconi con apposto lo stemma gentilizio poco più avanti, sulla piazza Vittorio Emanuele II, nello stesso palazzo si può ancora osservare una piccola statua quattrocentesca della Madonna della Catena, nascosta in una nicchia nell’elegante prospetto dell’Oratorio  omonimo si affaccia tra la piazza in questione e la via Angelo Majorana.

     Di impianto cinquecentesco, la chiesa è una delle poche costruzioni sopravvissute al terremoto del 1693. Nell’interno, ad aula, il barocco siciliano raggiunge vertici inconsueti per le incredibili decorazioni che adornano le pareti, dove sono state scolpite nei due ordini, dodici Sante Vergini e storie di Maria fra una moltitudine di putti, festoni e varie figure. Pregiatissimo il soffitto ligneo a cassettoni, della metà del 600, ed un organo ancora in buone condizioni.

     Non molto lontano, prendendo l’adiacente vico Catena si trova la piazza S. Agata, con la cinquecentesca chiesa che le da il nome, sola superstite del complesso monastico omonimo, oggi diviso in abitazioni private.

     Tornate sulla piazza Vittorio Emanuele II, e attraversando la breve via Matrice, ci si immette sulla via Giovanni Battista Baldanza, che si caratterizza per l’esuberante facciata settecentesca del palazzo Lagana-Niceforo, con le sue due figure di satiro poste a guardia dell’ingresso,e più avanti per il secentesco palazzo Baldanza, già Caruso della Sanzà, che chiude la strada ad angolo con la via Porta della Terra. Su quest’ultima si affacciano inoltre i prospetti dei palazzi Jatrini-Troia (ex imposte Dirette) e Interlandi-Oliva della seconda metà del XVIII secolo.

     Sul lato opposto ci appare la delicata sagoma del santuario S. Maria della Stella, patrona principale della città, edificato nel sito attuale dopo la parziale rovina, dovuta al sisma del 1693, dell’altra chiesa che oggi viene chiamata S. Maria la Vetere. I  lavori della nuova parrocchia, iniziati nel 1722, si protrassero fino al 1741, ma la chiesa non è stata mai completata, essendo tutt’ora priva del transetto e dell’abside. Il campanile risulta staccato dal corpo della chiesa. Esso risale alla metà del XIX secolo. Moltissime le opere d’arte conservate nel tempio, in parte proveniente da S. Maria la Vetere, ed in parte da altre chiese dipendenti o addirittura scomparse.

     Molte di esse possono essere viste nell’annesso Tesoro.

     Lasciata la chiesa di S. Maria della Stella si offre ai nostri occhi l’austero palazzo Majorana della Nicchiara, edificato dalla famiglia Renda, con il suo bugnato cinquecentesco, comunemente conosciuto come palazzo dei Leoni, per via dei due leoni di pietra che ne racchiudono il prospetto. In esso si rifletteva la potenza di marchesi di Militello, che lo fecero erigere per l’amministrazione della città.

     Risalendo per via Umberto I, sulla sinistra si slancia la facciata sinuosa della chiesa del SS. Sacramento al Circolo, disegnata dal poliedrico Antonio Scirè, che abbiamo conosciuto come coautore della facciata di San Benedetto. Essa è l’ultima nata fra le chiese militellesi, essendo stata costruita a cominciare dal 1724.

     Anche qui Scirè adottò la soluzione del coronamento serliano , stavolta a completamento di un prospetto dovuto interamente alla sua mano, come dimostra lo stile uniforme delle componenti architettoniche.

     Appena di fronte, alla fine di una larga discesa, ci appare la secentesca chiesa di S. Domenico, al cui interno gli stucchi ricercatissimi costituiscono <<…l’espressione più alta della decorazione tardo-barocca Militello…>>

     Accanto alla chiesa, invia Vincenzo Natale, a coronamento della fontanella della Zizza – da non confondere con la più nota fontana omonima sita nell’Atrio del Castello – si può vedere scolpito lo stemma cittadino, col soldato armato di lancia  e scudo.

     Tornati sui nostri passi, passando davanti alla chiesa di S. Domenico, ci inoltriamo lunga la stretta via Francesco Laganà – Campisi, che a sinistra costeggia il lato più nascosto del palazzo dei leoni, per sbucare nel largo Majorana, su cui si affaccia l’imponente costruzione dell’ex Asilo Francesco Laganà – Campisi, già facente parte del complesso conflittuale dei Domenicani. Nel pianterreno della costruzione e nella chiesa omonima sono stati sistemati la biblioteca e la pinacoteca cittadina oggi è sede del Museo e Archivio comunale “Sebastiano Guzzone”. Scendendo per la via Porta della Terra, incontriamo posti l’uno di fronte all’altro, il bel portale del vecchio archivio, numero civico 48, che ricorda lo stile del Vignola, e il balcone di casa Rametta, al numero 31, con i suoi ricami settecenteschi. Poco più giù l’elegante prospetto della chiesa di S. Sebastiano, rifatto nel 1702.  Graziosa all’interno l’incorniciatura dell’altare centrale, del 1708.

     Di rimpetto alla chiesa è presente il Carcere, prendendo il vico che costeggia e oltrepassato un piccolo slargo che prevede una biforcazione, ci dirigiamo a sinistra per via Iatrini, verso la Militello medievale. A poco a poco si presenta a noi l’aspetto più discreto e riservato della città, con le sue strade strette, i cortili silenziosi, gli scorci misteriosi e l’immancabile barocco, di cui la facciata settecentesca del palazzo Jatrini, appartenente alla stessa famiglia dell’omonimo palazzo già incontrato in via Porta della Terra, che sbuca alla fine della discesa, non è che il primo fastoso esempio.

     Riprendendo a scendere per la via S. Giovanni, a destra ci appare la torre campanaria della chiesa e dell’annesso monastero che da il nome alla strada ed al quartiere. Il primo impianto della chiesa risale al 1400, ma la costruzione odierna fu rifatta quasi internamente nei primi anni del 1700, ed oggi ne possiamo ammirare la linearità della facciata, mentre all’interno è degno di nota il pavimento in ceramica.

     Pochi metri più avanti la chiesa dei Santi Angeli Custodi ricorda nel morbido prospetto la chiesa della Madonna della Catena. Anche questa custodisce un bellissimo pavimento in ceramica, risalente al 1785. Lo stemma è quello della Confraternita degli Agonizzanti, qui istituita nel 1656.

     Lasciata la chiesa, vogliamo i nostri passi verso la prospiciente via Baudo, che si inoltra nella parte più antica di Militello, in un dedalo di viuzze, cortili e brevi scalinate, culminati nell’aerea terrazza comprendendo il largo Scirè e il largo S. Pietro, che si affaccia sulla sottostante vallata di Lèmbasi, una delle fonti celebrate dalla storia cittadina assieme a Zizza, Fòschea e Vanella.

     Sul lato destro un’edicola dedicata a S. Pietro chiude la scenografia del piazzale. Addossata ad essa esiste ancora la casa Rossi, in cui era impiantata la tipografia del marchese Branciforte, una delle prime della Sicilia orientale. Affidata al trentino Giovanni De Rossi, questa funzionò dal 1617 al 1623, ed è il primo libro ad esservi stampato fu il Gioco de’ gli Scacchi di Pietro Carrera, di cui si conserva una copia sia nella biblioteca Ursino-Recupero di Catania che presso il Museo San Nicolò di Militello.

     A testimoniare l’importanza di una tale presenza a Militello basti un solo dato: in quel periodo nemmeno una città come Catania poteva vantare una produzione editoriale, che ebbe inizio soltanto dopo il trasferimento dello stesso Rossi nella città etnea.

     Risaliti per la caratteristica via S. Pietro, l’arco della via Pernice, che spunta sulla seconda traversa a destra, ci invita a proseguire nel nostro percorso suggestivo, dove incontriamo il poderoso bastione del Castello Barresi-Branciforti, oltrepassato il quale arriviamo al Largo S. Nicolò il Vecchio. Era questo il cuore della Militello seicentesca, di quel perimetro cioè che comprendeva le residenze dei principi, l’antica chiesa Madre, i quartieri di S. Vito e di S. Pietro, e la chiesa di S. Maria la Vetere.

     Dal limite del largo ci affacciamo ancora, stavolta per osservare la tortuosa strada che a sinistra si inerpica verso il Piano di S. Barbara (storico serbatoio della artistica pietra da scalpello locale), e a destra, un po’ più lontana, la Porta del Principe , guardata dalla sua palma solitaria, che la tradizione vuole sia appartenuta ad una dimora di don Francesco Branciforti , dopo di che ci avviamo per il lastricato di via Purgatorio.

     La chiesa omonima, affidata dal 1615 alla locale Confraternita, è situata alla fine del tragitto. Essa è dedicata ai Santi Vito e Gregorio Magno, e risale agli ultimi anni del XVII secolo, essendo crollata quasi del tutto in occasione del terremoto del 1693. All’interno si fanno preferire l’altare maggiore del 1617, con un tronetto e una piramide a gradienti dorati a zecchino, e ricchi stucchi dell’arcone, anch’essi seicenteschi.

     L’arredo ligneo comprende la cantoria, e un organo della fine del XVIII secolo, posti sopra l’ingresso della chiesa. Curiosa la presenza di una scala al centro del convento, che veniva discesa per accompagnare i confrati nell’ultimo viaggio verso le cripte sottostanti. Scenografica la posizione della chiesa, posta in un arioso spiazzo prospiciente la vecchia costruzione di S. Maria della Stella, di cui si intravede il tetto, essendo quest’ultima ad un  livello planimetrico più basso. Ampio il panorama che ci para davanti, dove spicca l’agglomerato urbano di Scordia che si materializza in lontananza.

     Tornati sulla via Purgatorio, è risalitala per intero, volgiamo i nostri passi verso l’Atrio del Castello, che si apre sulla nostra destra. Le prime notizie sul castello rimontano al periodo normanno, e da allora esso è stato testimone di avvenimenti ormai avvolti dalla leggenda. Nel 1354 vi si tenne una riunione del Parlamento siciliano. La regina Bianca di Navarra, vedova del re Martino nel 1410, vi trovò ospitalità nella sua tormentata fuga dal Gran Giustiziere del Regno, Bernardo Cabrera. È fu qui che si consumò nel 1473 il dramma di Aldonza Santapau, uccisa dal marito Antonio Piero Barresi perché sospettata di infedeltà.

     Ingrandita e arricchita dai Branciforti, che ne fecero anche un luogo di cultura e di scienza, l’imponente costruzione, che aveva forma quadrangolare e torri agli angoli, non resistette alle scosse sismiche del 1693. oggi rimangono solo poche rovine di mura, una torre con accanto l’arco di ingresso al cortile, ed un bastione. Nell’atrio troneggia la copia della monumentale fontana della ninfa Zizza, (l’origine è visitabile all’interno del Museo “Sebastiano Guzzone”) che costituiva l’arredo più vistoso dell’interno del castello. La costruzione di questo monumento, risalente al 1607, è collegata ad un evento molto importante per Militello, e cioè l’arrivo dell’acqua potabile, che fu una delle opere pubbliche che tramandarono ai posteri l’operoso governo del Principe Branciforti. Più tardi, riferendosi all’evento, il poeta e storico militellese Pietro Carrera (1573-1647) compose il poemetto Zizza : Idillio pastorale, che narrava dell’infelice amore tra la ninfa e il pastorello Lembasi, trasformatasi in fonti sulla falsariga delle Metamorfosi di Ovidio. Un basso rilievo in alabastro che raffigura Zizza sta al centro della composizione, fiancheggiato da due teste di leoni poste dentro altrettante nicchie. Alla base una vasca ottagonale è sormontata da una maschera di satiro. Oltrepassata la storica Porta della Terra, guardata dalle sua torre rotonda, scendiamo per la via del Castello, nei pressi della quale, in uno slargo sulla sinistra, introdotto da una breve salita, è nascosto il palazzotto Tineo, adorno di mascheroni seicenteschi. Pochi metri più avanti, sulla via S. Sebastiano, si può vedere un interessante Mascherone spagnolesco posto come chiave d’arco di una porta. Fatto rapido dietro-front, ripercorrendo ancora la stessa via che avevamo lasciato, incontriamo una piazzetta che dà su una strada che scende ancora a destra: è questa la via S. Maria la Vetere, che, come dice anche il nome, porta alla più importante testimonianza storica di Militello. Essa appare fra il verde di una vallata, all’estremo limite sud-orientale della città. La chiesa, di cui rimane soltanto la navata di mezzogiorno, unica superstite dopo il terribile terremoto del 1963, viene menzionata per la prima volta in un diploma del re Ruggero il Normanno, risalente al 1115 (per altri autori esso risalirebbe al 1130).  

     Recenti indagini hanno accettato che la parte più antica della costruzione poggia <<…su un complesso rupestre alto – medievale…>> di cui la vicina cripta dello Spirito Santo costituisce la testimonianza più remota; essa conserva ancora, intagliati nella roccia, un altare, croci e loculi di derivazione greca.

     Maggiore consistenza storica viene data generalmente ad un’altro diploma, più tardo, del 1308, anno in cui S. Maria viene citata fra i beni “casale et castrum Militello”. La chiesa incominciò ad accrescersi a partire della seconda metà del XV secolo, quando venne eretto il campanile. Nel 1506, con la definitiva sistemazione della poeta maggiore poteva dirsi in massima parte completata, anche se mancava ancora la cuspide del campanile, che sarebbe stata innalzata soltanto un secolo più tardi. Il portale, protetto da un portico sostenuto da due leoni stilofori, rimane il capolavoro – simbolo di questa chiesa. <<…maestoso avanza policromo del “500”…>> lo definì il celebre architetto Giovanni Battista Basile.

     Per la descrizione delle opere contenute nelle chiese si veda il capitolo sul tesoro di S. Maria della Stella. Appena uscito dallo scrigno di S. Maria la Vetere riprendiamo la salita della via omonima. Nel tratto in cui questa si allarga in una piazzetta sopraelevata, il nostro sguardo è attratto sulla destra dalla caratteristica loggetta della casa Tineo , che si confonde tra i tetti delle abitazioni vicine consistente in due grandi finestre con mensole quattrocentesche.

     Continuiamo a salire il selciato fino alla via Reburdone , che si inerpica ancora a destra, e che prende il nome dal palazzo seicentesco che spunta sulla sinistra. Arrivati al culmine della salita, ci immettiamo sulla via Arco Rejna, dalla quale è possibile vedere in fondo un panorama delle rovine del castello, e proseguiamo verso l’arco del palazzo Rejna, che immette sulla via Pietro Carrera, non senza avere dato una sguardo alla costruzione che domina un lungo tratto di strada.

     Lasciandoci condurre dal tracciato, scendiamo in direzione della periferia, dove si trova, in fondo, annunciata dal suo campanile bicromo del ’700, la chiesa di S. Antonio di Padova, volgarmente S. Antonino, che si fa risalire al 1574. Fra le vestigia cinquecentesche a segnare l’antichissima Cappella del S Sacramento, già del Santo Sepolcro, che termina in un cupola ottagonale.

     Da questo punto, per chi ne ha tempo e voglia, può essere piacevole proseguire per la via Macello, che si perde nella campagna circostante, per poi congiungersi con la secolare strada che collegava Militello a Scordia attraverso la valle del Loddiero. E’ qui che si incontra la chiesetta rupestre di S. Maria delle Grazie, fondata nel 1504 oggetto di una semplice festa locale che si svolge il 2 Luglio di ogni anno.

     Ritornati nei pressi della chiesa S. Antonino, prendiamo la via S. Francesco d’Assisi, passando per una corta rampa di scale che si trova sulla destra. Arrivati in via Cappuccini, contraddistinta all’inizio da una doppia fila di alberi, ci ritroviamo nel piano in cui si eleva la chiesa di S. Francesco d’Assisi che si dice fondata, assieme al convento di cui oggi non rimane traccia, da un discepolo di S. Francesco nel 1235. L’attuale edificio, però, intitolato all’Immacolata, è di epoca ottocentesca.

     Poco oltre, a fianco del Cimitero, sorge in posizione isolata, l’ex Convento dei Cappuccini, fondato nel 1575, con annessa la basilica di S. Maria degli Angeli, già intitolata a Maria SS degli Inferni. Due volte distrutto fu definitivamente terminato nel 1709. Nella chiesa si può ammirare un capolavoro di Filippo Paladini, la Madonna degli Angeli che risale ai primi anni del 600, mentre al palermitano Giuseppe Colelli si devono gli ottocenteschi <<…affreschi nella volta dell’androne della portineria del convento. Nei quattro pennacchi sono dipinti: il trionfo delle virtù teologali nonché l’indulgenza della Porziuncola…>>. Interessante il percorso del cenobio: le stanze e i corridoi infatti traboccano di massime scritte sulle pareti, dalle quali i frati traevano evidentemente ulteriori insegnamenti di ordine etico religioso.

     Ultimata la nostra visita ai Cappuccini, ci incamminiamo per l’ultima parte del nostro viaggio. La via Donna Giovanna D’Austria, che prendiamo sulla destra, ci conduce davanti al Municipio, superato il quale, seguiamo il tracciato della via Senatore Majorana, per continuare sul selciato della successiva via Spasimo, che ci conduce, a sinistra, davanti alla chiesa della Madonna dello Spasimo. Fondata nel XV secolo, ma rifatta varie volte in epoche posteriori, essa era posta sull’antica via di accesso alla città, al limite del centro abitato, caratteristica quest’ultima che, nonostante le modificazioni del paesaggio circostante, mantiene ancora oggi.

     Proseguendo verso la chiesa per la salita di via Monte Grappa, incontriamo a sinistra, strada facendo, tre distinte gradinate, che ci permettono di osservare il cangiante panorama sottostante. Arrivati alla terza, molto più ampia delle precedenti, la discendiamo in tutta la sua lunghezza – Passando presso una grande croce – e prendiamo la via del calvario, dove le ultime case lasciano il posto alla campagna militellese. In un grande spiazzo a sinistra, se ne sta ritta e isolata, la Chiesetta del Calvario, di cui è certa l’attribuzione all’architetto Francesco Battaglia, che la riedificò dopo il terremoto del 1693 dandone forma di croce, e aggiungendo un portico del 1762, sotto il quale è sempre esposto il legno della Passione. In questo luogo infatti, che si vuole paragonare al Golgota del Vangelo, ogni Venerdì Santo viene celebrata la passione di Cristo, a cura della locale Arciconfraternita del SS. Crocifisso. Dall’alto sito, come un tappeto multicolore si stende il panorama dell’abitato, con le sue chiese svettanti,le multiformi costruzioni delle case e dei loro caratteristici tetti, i colori pastello del cielo e delle colline che si affacciano su  Lembasi.

     Lasciata la collina del Calvario la via Roma ci conduce di nuovo verso il centro. Arrivati all’incrocio con la via Sortino ci inoltriamo per qualche minuto sul lato opposto, dove troviamo, su una rupe di roccia, la Chiesa di S. Leonardo, originariamente abitata dagli Agostiniani a partire dal XVII secolo, quando questi abbandonarono il loro convento di campagna, del quale attualmente si ammirano le rovine in sito a qualche chilometro dell’abitato di Militello in contrada Bognanni. Ancora la via Roma ci riporta, seguendo l’apposita segnaletica, in piazza Vittorio Emanuele II, dalla quale prendiamo la via Umberto I, non senza avere prima gustato qualche prodotto gastronomico locale.

     Proseguendo per la strada principale ci immergiamo nella macchia verde dei giardini pubblici, costituiti dalla villa “Vittorio veneto <<con eleganti decorazioni liberty è un momento marmoreo e bronzeo….>> dedicato ai Caduti di tutte le guerre, realizzato dal scultore Mario Moschetti nel 1924, e dal sottostante Parco della Rimembranza, disegnato negli anni 20 del ‘900, che <<…conserva alcune superbie piante ad alto fusto e due imponenti esemplari di Ficus…>>, luogo ideale per una sosta di riflessione e di riposo dopo la quale ci incamminiamo per il viale Regina Margherita, deputato agli incontri ed agli conservazioni degli abitanti.

     Prendendo la via Filippo Majorana, che si diparte dall’ingresso del parco, ci apprestiamo a  visitare l’ultima chiesa di Militello, quella di S. Francesco di Paola, posta sulla strada omonima. Già facente parte  di un complesso comprendente anche il Convento dei Parlotti, trasformato negli anni 30 del ‘900 nell’attuale ospedale civile “Mario Basso-Ragusa”, la chiesa si affaccia sulla sottostante vallata della Vanella, e originariamente era dedicata all’Annunziata. Di impianto cinquecentesco, fu rifatta nel ‘600, e non patì eccessivamente le scosse sismiche del 1963. All’interno esibisce delle decorazioni di fine gusto seicentesco.

     E’ qui che finisce il nostro viaggio in questa terra di soldati dall’anima barocca.    

     E se abbiamo incontrato il gradimento del viaggiatore non possiamo che augurargli un sollecito ritorno.

 

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