ASSOCIAZIONE TURISTICA PRO LOCO

di MILITELLO in VAL di CATANIA

I Tesori di Santa Maria della Stella

 

     Entrando nella chiesa di S. Maria della Stella, il primo manufatto d’arte che troviamo sulla parete a fianco del portone centrale d’ingresso è il Sarcofago del marchese di Militello Vincenzo Barresi, figlio di Carlo, morto a soli diciassette anni, la prima notte di nozze. Di grande suggestione è certamente, subito dopo, il Cristo alla Colonna, secentesca scultura lignea.

     Mentre la successiva pala d’altare va, poi citata fra quelle che più impreziosiscono S. Maria della Stella. È del 1694 e fu opera di un tardo caravaggesco sensibile alla lezione del Mattia Preti. V’è rappresentato il Martirio di S. Bartolomeo. “Vi si ammira l’uso di bianchi e di rossi mortificati con neri anch’essi sapientemente usati ” (Maganuco).

     Di Olivio Sozzi, uno dei più importanti frescanti del Settecento siciliano, vale la pena di ammirare La nascita della Madonna, pala posta sull’altare maggiore (ma, forse, soprattutto il bozzetto esposto nella stanza del tesoro). L’opera è piena di movimento ed unitaria al contempo. Il punto di massima attenzione è leggermente spostato a sinistra. Da lì si diparte una spirale di figure, che dal fondo buio, dalle viscere della terra, arriva al forte rilievo del personaggio in primo piano, per ritornare poi verso l’alto, su fino a toccare il cielo. I partecipanti all’evento, nell’espressione dei visi e negli atteggiamenti, sembrano i protagonisti di uno di quei tipici e raffinati ricevimenti coi quali il Settecento andava incontro alla catarsi insanguinata della Rivoluzione Francese.

 

Il sarcofago di Carlo Barresi

L'Ecce Homo

Il Martirio di San Bartolomeo

La nascita di Maria

 

     Lo stile gotico internazionale si propone in un pregiato manufatto, il Sarcofago di Blasco II Barresi, che si può ammirare all’inizio della navata di sinistra. Nella parte inferiore di esso, infatti, presenta eleganterie cortesi, indizio di non dozzinali modelli di vista; ma ha pure una disposizione delle figure secondo canoni tradizionali. Nei due lati opposti sono raffigurati due rosoni in forma di trifoglio; di fronte al centro le armi dei Barresi e agli estremi l’arcangelo Gabriele che annuncia alla Maria Vergine. Il bilanciamento dei volumi e degli spazi, così risulta netto, anche se il panneggio e le figure hanno un linearismo esile di forte suggestione. Nella parte superiore si esalta, invece, la monumentalità solida ed arcaica positura del defunto. In antico, secondo lo storico Giuseppe Scirè era di “pietra finissima, dipinto e vagheggiato di oro…sostenuto da quattro statue intese per le quattro virtù cardinali.

 

Blasco II Barresi

Simbolo dei Barresi

 

     In cima alla navata di sinistra possiamo trovare una visione della divinità, fatta di regalità e dolcezza, con il simulacro della Madonna della Stella. Nel terribile terremoto dell’11 gennaio 1693 l’antica statua rimase distrutta, tranne il volto (che venne adattato al nuovo simulacro). Di particolare interesse è la <<Vara>> (1624) opera del militellese Giovan Battista Baldanza senior (sec. XVI – XVII ).

     Due Angeli in bronzo di Emilio Greco (sec. XX), fanno bella mostra di loro sulle porte in marmo bianco che chiudono la cappella entro cui è custodita il simulacro della Vergine.

     Più sotto troviamo il sepolcro di Carlo Barresi. Secondo lo storico Giuseppe Scirè aveva nel basamento quattro statue, con un guarda polvere tutto d’un pezzo di pietra lungo dieci palmi proporzionato in larghezza. Sopra il tumolo sta inginocchiato la statua di esso Carlo, la quale è dorata insieme con tutti gli ornamenti del sepolcro.

     La scuola del Gagini è rappresentata da una Madonna col Bambino, nella quale l’arcaismo delle nella rigidezza della figura convive con la dolce espressività catalana nell’ovale del viso e, contemporaneamente, il drappeggio sobrio, largo e naturale. Si intravede, inoltre, la concezione matematica dell’opera, per la quale il volume rappresentato dal Bambin Gesù viene equilibrato nel lato opposto, ponendo Maria con la spalla leggermente alzata, col braccio all’altezza del seno e col ginocchio piegato in avanti.

 

 

     Tornando in dietro, c’è la cappella dove si può ammirare la Natività, uno dei più antichi presepi nel mondo, ceramica invetriata policromata di Andrea della Robbia. È stata datata 1520 dallo storico Giuseppe Scirè; ma il suo pagamento, come ha recentemente dimostrato Salvatore Troìa in un articolo apparso sulla rivista “Lembasi” (edita dal museo “San Nicolò“), va retrodatata al 1487. L’opera è divisa in tre parti. Al centro è raffigurata la nascita di Cristo in un contesto gaio ed elegante. Gesù sorride, non in una grotta, ma tra le razionali linee di una capanna. I pastori hanno una grazia arcaica. Gli alberi sullo sfondo danno freschezza e colore all’ambiente. Nella parte superiore un Dio sereno benedice la scena. In quella inferiore è rappresentata la passione, quando tutto consumatum ests, in un equilibratissimo bilanciarsi di figure.

     Prima di passare alla sacrestia, sarà il caso di volgere lo sguardo in alto, per ammirare i tre grandi affreschi nella volta, eseguiti nel 1945 dal pittore militellese Giuseppe Barone. Destano ammirazione soprattutto il vigoroso disegno dell’Annunciazione, dell’Incoronazione della Vergine e del San Giovanni Evangelista.

 

L'incoronazione della Vergine

L'annunciazione

San Giovanni Evangelista

 

     All’ingresso della sala del tesoro, si mostrano ai visitatori un lungo corridoio, nel quale fanno bella mostra un numero considerevole di lapidi e altari di notevole fattura artistica:

 

 
 

 

     Nella sala del tesoro a cui si può accedere direttamente dalla chiesa, troviamo alcuni capolavori che vanno ben oltre gli interessi localistici. Già un discorso ampio, infatti, merita il Ritratto di Pietro Speciale, che l’Agati ed il Maugeri hanno attribuito a Francesco Laurana; ma che, più probabilmente, è opera di Domenico Gaggini. Di quest’opera, Enzo Maganuco e Leonardo Sciascia hanno parlato in termini entusiastici. Di certo, essa, nel migliore spirito rinascimentale, appare la concretizzazione di un ideali di umanità che vuol essere universale ed eterno. Più che le fattezze di Pietro Speciale, infatti, essa tratteggia il concetto di forza e di autorità. Le linee sono marcate e decise, senza indugi nei particolari. Il viso è teso e concentrato: mento prominente e volitivo, labbra serrate, sguardo attento e penetrante. Vengono,  così, sintetizzate nell’espressione di un attimo il carattere e la volontà di tutta una vita, di tutta un’epoca.

    In un periodo posteriore, ma vicino, va collocato il San Pietro e storie. Infatti nel catalogo su Antonello da Messina, pubblicato nel 1953, la data di esecuzione di questo autentico capolavoro è collegata all’attività di un Maestro della Croce di Piazza Armerina, operante tra il 1460 ed il 1480. È un retablo, particolare tipo di polittico, con al centro la figura del Santo ed ai lati otto riquadri raffiguranti episodi significativi della sua vita. Eccone la successione:

I) Vocazione del Santo;

II) Resurrezione di Tabita (?);

III) Librazione di un’indemoniata;

IV) Punizione di Anania e Saffica, o Guarigione dei malati con l’ombra (?);

V) Caduta di Simon Mago (?);

VI) Quo vadis, domine?;

(VII) S. Pietro e S. Paolo davanti al proconsole;

VIII) Crocifissione del Santo.

È stata attribuita a diversi autori. Si è parlato di Antonello De Saliba, di Pietro Ruzzolone (Maganuco e Bottari) e anche, in tempi recentissimi, di Antonello da Messina.

 

San Pietro In Cattedra (Antonello Da Messina?)

Ritratto di Pietro Speciale (Gaggini !)

Bozzetto "Nascita di Maria" Olivio Sozzi

 

     A completare le emozioni della stanza del tesoro resta lo stupore dei visitatori davanti alla ricchissime collezioni di Paramenti Sacri e di Argenterie per il culto del Seicento, del Settecento, dell’Ottocento e del Novecento. Sono quattro secoli di paziente e sapiente lavoro di ricamo e di scultura a balzo, dove i materiali preziosi – le sete, gli ori, gli argenti – si sono innalzati ad ancor più preziosi oggetti artistici, simboli di un’ardente mondo cristiano, che in questa città non ha mai avuto eclissi, neppure nel Settecento e nell’ Ottocento, quando per ordine del Re Borbone la chiesa di S. Maria della Stella venne chiusa al culto.

 

 
 

 

     All’ingresso sono presenti numerose epigrafi e nella prima sala si presentano all’ammirazione dei visitatori un’essenziale selezione di opere tra le più significative della vita artistica del comprensorio urbano legato alla chiesa. Completa è, invece, l’esposizione degli argenti suddivisi per provenienze. Per il monastero di San Giovanni venne eseguito il pezzo certamente più antico conservato nella città: il piccolo piede di pisside, poligonale, ornato con racemi a sbalzo e smalti al nodo che, negli stilemi orientalizzanti di alcune finiture, denota l’esecuzione di un maestro di origine spagnola. La coppa, finemente incisa con raffigurazioni di Santi benedettini, può attribuirsi allo stesso argentiere che agli inizi del Seicento esegue la terna di pissidi della Cattedrale di Piazza Armerina. Interessante il braccio reliquiario di S. Sebastiano, datato 1578, appena dopo la cessazione della grande peste, che incrementò in tutta l’Isola il culto del Santo; per la ripresa, allentata fraintesa, che esso fa del braccio di S. Giorgio della Cattedrale di Catania, può certamente attribuirsi ad un seguace del catanese Paolo Guarna.

 

La corona della Madonna della StellaLa corona del Bambin Gesù

 

      Il pezzo seicentesco più rilevante è la statuetta a tutto tondo di S. Antonio Abate, proveniente dalla chiesa omonima e siglata col punzone consolare di Pietro Iuvara, e in cui la sapienza del modellato lascia supporre comunque l’intervento di uno degli esponenti della famiglia Iuvara. Alle botteghe messinesi, nel corso del Settecento, si rivolge in prevalenza la confraternita del Purgatorio, che commissiona, facendovi apporre il proprio sigillo, varie opere, fra le quali il campanello che reca il punzone consolare di Sebastiano Iuvarra, e che nel 1737 richiede ad una bottega messinese il completo di navetta e incensiere con un ciclo iconografico interamente dedicato ai simboli della confraternita, verisimilmente alla stesso argentiere che nel 1737 aveva conseguito il calice ornato da teste di cherubino.

 

 

     Di Saverio Corallo è la monumentale pisside di S. Maria della Stella, del 1725, e probabilmente uno stesso artista messinese esegue, nel 1713 e nel 1719, il calice e l’ostensorio di S. Giovanni Battista, entrambi caratterizzati nel nodo da un cherubino a mani levate. Nel 1729, un altro orafo messinese esegue la patetica statuetta – reliquiario di San Bartolomeo; mentre nella seconda metà del secolo, al’59 e al’63 rispettivamente, risalgono l’ostensorio con l’immagine della Fede al nodo, e il portello di tabernacolo raffigurante il simulacro militellese della Madonna della Stella, a conferma del rapporto diretto che lega i committenti alle botteghe messinesi.

 

 

     Tra i pezzi catanesi, si segnala il reliquiario di S. Andrea, eseguito nel 1727 da Giuseppe Zuccarello; mentre al palermitano Andrea Conoscenti, viene richiesto nel 1767, il calice sinusoidale; e dalla stessa città Francesco Nicodemi invia nel 1737 il secchiello sbalzato con carnosi fioroni della chiesa del Purgatorio, e nel 1745 un calice, la cui coppa è oggi collegata ad un piede del 1774, ornato a rocailles, di Antonio Maddalena;

 

 

     Al centro, è presente il ricchissimo patrimonio di gioelli ed ex voto donati alla Vergine, esposti nell’assetto professionale che li vede legati alla statua tramite fasce in tessuto su cui vengono fittamente cuciti

 

 

     Nella sala attigua, una selezione di paramenti viene esposta su cassettiere scorrevoli che consentono allo studioso di consultare agevolmente tutto il complesso di arredi tessili della chiesa, tra i quali spicca la pianeta rosa ricamata a filo d’argento, oro e sete policrome, e alcuni lampassi del secondo decennio del Settecento, di manifattura italiana, che riprendono i motivi tipici delle officine di Lione;

 

 

     Molto interessante è pure la Madonna della Stella di Giacinto Platania, pittore secentesco nativo di Acireale. La Vergine insieme al Bambino, è raffigurata frontalmente. La corona, lo scettro, l’espressione ieratica e lontana danno il senso più dell’istituzione che dell’intimità religiosa. C’è, poi, l’opera di Vito D’Anna, insieme al Sozzi il più grande frescante siciliano del Settecento. È un Viso di Maria di misteriosa e palpitante bellezza. Il Maganuco l’attribuì a un “ pittore come il Tuccari, ma che abbia studiato a lungo il Reni” e, così, colse le ascendenze culturali del dipinto. In esso la stesura dei colori è concentrata. Il breve spazio dell’ovale del viso è ricco di inavvertibili passaggi di tonalità, di infinite temperature cromatiche. Nello sguardo della Vergine c’è una segreta inquietudine ed un’umiltà che contraddice i luccichii dell’epoca. Così, profondità d’introspezione e composta dolcezza fanno di questo lavoro una delle più alte espressioni artistiche che si trovano a Militello;